Tornato in campo a 70 anni con la squadra fiorentina Antella Baseball
A vederlo in azione sul campo. veloce. preciso e scattante, nessuno gli darebbe più di trent’anni. In realtà Egisto Carrozzi, fiore all’ occhiello della squadra “Antella Baseball” di Firenze, di anni ne ha ben settanta. Che siano ben portati è superfluo dirlo: questo signore fiorentino è proprio il ritratto della giovinezza, fisica e mentale.
Il lanciatore più longevo che ci sia
Lo chiamano “Il Mito” e anche se lui glissa con modestia, i fatti parlano da soli: ha cominciato a giocare a baseball a sedici anni e a 54 era entrato nel Guinness dei Primati come il più anziano giocatore attivo in serie A. Oggi, a settant’anni suonati è il lanciatore più longevo d’Italia, ma presumibilmente anche di tutto il mondo.
Che nella squadra faccia da lanciatore, è poi un primato nel primato, essendo questo il ruolo più impegnativo nel gioco. “Il lanciatore, cioè il giocatore che lancia la palla dal centro del campo al battitore, che poi deve cercare di prenderla con la mazza, deve essere molto allenato e avere anche una tecnica infallibile. Modestamente, è proprio in questo ruolo che ho sempre primeggiato, perché sono veloce e so lanciare facendo fare alla palla delle curve particolari”.
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Quando l’Antella Baseball ha avuto bisogno di lui…
Ed è proprio per questa sua bravura che il mondo del baseball non l’ha ancora lasciato andare in pensione. “Io nel 1993 volevo smettere definitivamente, ma poi l’anno scorso è venuto a trovarmi un mio amico che giocava all’Antella e mi ha detto che avevano bisogno di un lanciatore solo per un paio di partite. Mi ha chiesto se potevo venire anche perché sapeva che la forma fisica non sarebbe stato un problema nonostante che negli ultimi anni non avessi più giocato, visto che mi allenavo tantissimo in palestra e andavo spesso a correre. Ho detto di sì e sono andato alla prima partita, poi alla seconda, e da lì è stato quasi come ricadere in un vizio: non riuscivo più a vivere senza giocare e fortunatamente anche loro continuavano ad apprezzare le mie capacità e a volermi nella squadra”.
La passione per il baseball passa dal padre al figlio
Tra i ragazzi della squadra, tutti intorno ai trent’anni o giù di lì, c’è anche suo figlio, Marco. “Lui ha ventinove anni ed è appassionato di baseball come me. È un’emozione incredibile giocare nella stessa squadra con mio figlio, anche se durante la partita ognuno di noi deve pensare al proprio ruolo che ha sul campo e basta. Ma condividere lo stesso sport crea grande complicità”. Una complicità che condivide anche la 55enne moglie del campione, Piera che non perde una partita del marito e del figlio. “Con me a fianco poverina non aveva scampo: doveva diventare un’appassionata di baseball per forza”, scherza lui.
Una vita tra sport e famiglia
Egisto Carrozzi si è sposato a 38 anni, secondo quanto dice lui, molto tardi, perché prima aveva in testa solo lo sport. “La mia vera vita è sempre stata quella dedicata allo sport e alla famiglia, a mia moglie e ai nostri figli Marco e Daniela. Nel mondo del lavoro non ho fatto niente di speciale: sono stato un impiegatuccio statale in un tranquillissimo archivio”.
L’amore per il baseball nato per gioco
E pensare che tutto l’amore per il baseball nacque, quando era ragazzino, da un gioco semplicissimo. ”A Firenze c’era un campo che si chiamava Campo di Marte e lì io mi divertivo a lanciare una palla di cencio contro dei barattoli di latta che fungevano da bersaglio. Era da poco finita la guerra e, nella nostra città stava nascendo la prima squadra di baseball. A organizzarla ci pensava una signora che, ricordando quanto gli americani le raccontarono con entusiasmo su quello sport, voleva farlo vivere anche in Italia. E alcuni ragazzi della squadra appena creata notarono che me la cavavo bene con la palla di cencio contro i barattoli e allora mi proposero di provare il baseball. Più giocavo, più m’innamoravo di questo sport, anche per la complicità che si crea nella squadra, per l’affiatamento che è indispensabile per giocare bene”.
Per il baseball ci vuole un certo fisico
“Il baseball è impegnativo, bisogna correre. poi quando si gioca sotto i 34 gradi d’estate, con tutta quella roba addosso, non è certo una passeggiata. Ma io sono fortunato. perché ho ereditato un ottimo Dna dalla mia famiglia che conta diverse persone centenarie. Il resto l’ho fatto io seguendo un’alimentazione molto accurata, studiando addirittura anatomia per capire meglio il funzionamento del corpo umano, e non cedendo mai a vizi come il fumo o l’alcol”.
Ma neanche un bel bicchiere di vino rosso a tavola? “Certo, quello a volte sì, ma fa solo bene. E poi con i vini che abbiamo noi qui in Toscana sarebbe un vero peccato rinunciarci del tutto…”.
Articolo di Francesca Bertha – uscito il 15 dicembre 2000 su Grand Hotel
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